SOVRANITA’ ALIMENTARE….SUBITO!!!

mondialstation

L’articolo che riportiamo qui di seguito ci è stato segnalato da Andrea Conti del meetup nazionale….buona lettura.

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 “Quello che hanno fatto in Iraq lo stanno facendo in tutto il mondo, in India i contadini si suicidano in massa perché non riescono a pagare i semi e anche in Europa si sta cercando di introdurre quote minime di OGM 0,1% per attuare la politica dell’asso pigliatutto (la tracciabilità del seme è già richiesta cioè non puoi usare semi autoprodotti, ma devi esibire la fattura di acquisto dei semi)”.

“….controllate il sistema alimentare e controllerete le popolazioni.”                            Henry Kissinger

“Questo è quello che stanno cercando di fare e noi di impedire con la ricostruzione dell’agricoltura locale con il progetto Arcipelago SCEC attraverso l’accorciamento delle filiere, il recupero delle antiche colture e la qualità dei prodotti locali”.

DI ERIC TOUSSANT
Mondialisation.ca

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Su scala internazionale sono in azione due grandi tendenze opposte

La tendenza attualmente dominante, in atto da circa 25–30 anni, consiste nell’offensiva capitalista neoliberista e imperialista. Negli ultimi anni, tale tendenza si è espressa con il ricorso, sempre più frequente, a guerre imperialiste, specialmente per la conquista di aree petrolifere, con l’aumento degli armamenti delle grandi potenze, con il rafforzamento dell’apertura commerciale nei paesi sottomessi, con la generalizzazione delle privatizzazioni, con un attacco sistematico ai salari e ai meccanismi di solidarietà collettiva conquistati dai lavoratori. Tutto ciò fa parte del Washington Consensus*. Queste politiche si applicano tanto ai paesi più industrializzati che a quelli in via di sviluppo.

Una controtendenza, certo molto debole su scala mondiale, si sviluppa dalla fine degli anni ’90. Essa si è espressa in molti modi: l’elezione di presidenti che predicano una rottura con il neoliberismo (questo ciclo è cominciato con l’elezione di Hugo Chavez nel 1998) o perlomeno un suo alleggerimento; la sospensione del pagamento del debito pubblico a creditori privati da parte dell’Argentina a partire dalla fine del dicembre 2001 fino al marzo 2005; l’adozione di nuove costituzioni democratiche da parte delle Assemblee costituenti in Venezuela, Bolivia, e Ecuador; il rafforzamento delle libertà civili e politiche e un avanzamento nella protezione dei diritti economici, sociali e culturali;

l’inizio di un recupero nel controllo da parte dello Stato su grandi imprese pubbliche (il petrolio venezuelano – PDVSA [1]), su risorse naturali (l’acqua, il petrolio e il gas naturale in Bolivia) e su servizi essenziali (produzione/distribuzione dell’elettricità e delle telecomunicazioni in Venezuela); la riduzione dell’isolamento di Cuba; lo scacco dell’ALCA (il trattato di libero commercio che Washington voleva imporre a tutte le Americhe); il debutto dell’ALBA (l’alternativa bolivariana) e lo sviluppo di accordi commerciali e di scambio tra Venezuela, Cuba e Bolivia; il rafforzamento di Petrocaribe che permette a paesi dei Caraibi non esportatori di petrolio di acquistare il petrolio venezuelano con una riduzione del 40% rispetto al prezzo del mercato mondiale; l’uscita della Bolivia dal CIRDI (il tribunale della Banca Mondiale sugli investimenti); l’espulsione del rappresentante della Banca Mondiale dall’Ecuador; l’annuncio dello smantellamento della base statunitense di Manta in Ecuador previsto per il 2009; il lancio della Banca del Sud.

Questa controtendenza sarebbe inconcepibile senza le potenti mobilitazioni popolari che si sono opposte all’offensiva neoliberista degli anni ’80 in America Latina (aprile 1985 a Santo Domingo, febbraio 1989 a Caracas) e in diverse parti del mondo e che da allora sono esplose in maniera periodica. La sopravvivenza di Cuba, nonostante l’embargo e le aggressioni da parte di Washington, ha anch’essa contribuito alla nascita di questa controtendenza in quanto esempio vivente della possibilità di tenere testa alla prima potenza economica e militare del mondo.

La resistenza che incontra l’imperialismo in Iraq, in Palestina e in Afghanistan gioca ugualmente un ruolo fondamentale perché è difficile per gli Stati Uniti realizzare un intervento militare diretto in America Latina [2] mentre devono mantenere un così importante corpo di spedizione in Medio Oriente e in Asia centrale.

Siamo alla vigilia del 2015, anno nel quale devono essere raggiunti i timidi Obiettivi per lo Sviluppo del Millennio (OMD), fissati dalle Nazioni Unite nel settembre 2000 [3]: solo una manciata di anni ce ne separano e il panorama che si presenta è molto inquietante.

E’ palese che le condizioni di vita di una parte significativa della popolazione si degradano, tanto nei paesi più industrializzati che nelle altre parti del mondo. Questa degradazione si riflette sulle rendite, l’impiego, la salute, l’alimentazione, l’ambiente, l’educazione, l’accesso alla cultura. Essa ha a che fare con l’applicazione dei diritti fondamentali delle persone, sia in quanto individui che come collettività. Le degradazioni sono evidenti a livello degli equilibri ecologici, nelle relazioni tra gli Stati e le popolazioni, con il ricorso da parte delle grandi potenze all’aggressione militare. Gli Stati Uniti non sono gli unici aggressori, hanno alleati in Europa dove molti paesi hanno partecipato – o partecipano tuttora attivamente – all’aggressione verso l’Iraq e l’Afghanistan. Senza dimenticare il terrorismo di Stato esercitato dal governo di Israele specialmente verso il popolo palestinese e l’intervento delle autorità russe contro il popolo ceceno.

Esempi di barbarie si manifestano ogni giorno sotto i nostri occhi

Le merci, i servizi, i capitali e le informazioni circolano senza intralci su scala planetaria mentre viene impedito agli esseri umani dei paesi poveri di recarsi nei paesi ricchi. Accordare ai capitali e alle merci totale libertà di circolazione e negarla agli esseri umani costituisce un’espressione della barbarie contemporanea.

In Europa occidentale e negli Stati Uniti quello che è particolarmente ripugnante è la negazione di giustizia nei confronti di chi chiede asilo.

E’ rivoltante sentire un gran numero di dirigenti politici, anche a sinistra, accreditare l’idea secondo la quale non si può accogliere tutta la miseria del mondo e pertanto in questa ottica è in fin dei conti legittimo rifiutare massicciamente il diritto d’asilo nei paesi del Nord, espellere in massa le persone a cui tale diritto viene rifiutato o impedire loro di entrare nei territori in questione. Pensiamo alle migliaia di persone uccise dalle pallottole quando volevano oltrepassare le barriere dell’Unione Europea nelle “enclaves” spagnole del Marocco nel 2005. Pensiamo alle migliaia di persone che perdono la vita cercando di attraversare lo stretto di Gibilterra o di raggiungere le isole Canarie. Questo fenomeno non è evidentemente specifico dell’Europa. Sappiamo quello che succede alla frontiera meridionale degli Stati Uniti sul Rio Grande.

Nel frattempo, la concentrazione della ricchezza a beneficio di un’infima minoranza della popolazione mondiale raggiunge vette mai uguagliate nella storia dell’umanità. Qualche migliaio di capitalisti americani, europei, cinesi, indiani, africani concentrano una fortuna superiore al reddito annuale della metà degli abitanti della terra. E’ anche questa una barbarie.

Il fossato tra paesi ricchi e paesi poveri si approfondisce senza sosta. E’ inaccettabile.

Queste forme di degradazione e di ingiustizia non potranno essere cancellate se non viene invertito il corso della politica.

Il 2015 è la data limite per gli obiettivi del millennio che sono fin troppo modesti e nessuno dei quali va alla radice dei problemi: l’ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza e la logica del profitto privato.

In numerosi paesi, non solo non ci si avvicina agli obiettivi del millennio, ma ci se ne allontana. La constatazione è davvero inquietante ed allora bisogna domandarsi se esistono forze sufficientemente potenti per contrastare la tendenza storica in atto.

Questa tendenza storica risale a più di trenta anni fa, ossia una generazione umana. Il colpo di Stato militare di Pinochet in Cile, nel 1973, è servito da laboratorio per la messa a punto di politiche neoliberiste che si sono progressivamente generalizzate all’Europa occidentale – con Margaret Thatcher nel 1979 – agli Stati Uniti – durante la presidenza di Ronald Reagan dal 1981 al 1988 – e al resto del pianeta specialmente con la restaurazione del capitalismo in Russia e in Cina.

L’avvento di forze storiche d’opposizione

Ci sono forze storiche capaci di contrastare questa progressiva influenza del neoliberismo? La risposta è si. Anche se alcuni ne vedono l’origine nel 1999 con la battaglia di Seattle contro il WTO, sembra più appropriato considerare diverse date precedenti come altrettante pietre miliari sul cammino della resistenza alla globalizzazione neoliberista. L’anno 1989 è importante al riguardo: in un primo tempo, è stato percepito solamente come l’anno della caduta del muro di Berlino il che, naturalmente, riveste un’importanza storica. La caduta del muro corrisponde alla fine della caricatura del socialismo burocratico staliniano, una versione totalmente sviata del socialismo che è, invece, un progetto di emancipazione. Ma il 1989 è anche l’anno dell’enorme sollevazione popolare del 27 febbraio in Venezuela, contro l’applicazione del piano di risanamento elaborato dal FMI e contro il regime in carica. I cambiamenti in corso in Venezuela negli ultimi dieci anni non possono essere compresi senza tenere conto di questa data. L’anno 1989 è anche la commemorazione del bicentenario della Rivoluzione francese e l’impressionante mobilitazione contro il G7, riunito quell’anno a Parigi, sotto il segno della lotta per l’annullamento del debito del terzo mondo [4]…….

…….per leggere tutto l’articolo e per gli approfondimenti sull’argomento cliccate qui: www.mondialisation.ca

Note

[1] La direzione dell’impresa pubblica Petrolio del Venezuela SA-PDVSA, creata all’epoca della nazionalizzazione del petrolio venezuelano negli anni 1970, aveva progressivamente favorito gli interessi privati e Washington (nella misura in cui gran parte dei benefici finivano negli Stati Uniti attraverso le filiali di PDVSA presenti in questo paese) fino al momento in cui il governo di Hugo Chavez ha ripreso la situazione in mano a partire dal 2001-2002.

[2] Ciò non impedisce a Washington e a numerosi governi europei di cercare di destabilizzare i governi boliviano, venezuelano ed ecuadoregno, soprattutto sostenendo i settori capitalisti che in questi paesi cercano di provocare la scissione di territori ricchi: la borghesia bianca di Santa Cruz in Bolivia, di Guayaquil in Ecuador, di Zulia in Venezuela. Questa strategia della tensione va seguita molto attentamente perché potrebbe crescere. La maggior parte dei media tende a presentare la volontà di secessione di tali ricchissimi territori come l’esercizio di un diritto democratico del popolo quando invece l’azione è condotta da settori minoritari che si oppongono alle riforme sociali perché minacciano i loro privilegi e il loro controllo sul potere e il denaro.

[3] Per una presentazione critica degli OMD, si veda: Damien Millet e Eric Toussaint, 60 domande e 60 risposte sul debito, il FMI e la Banca mondiale, CADTM-Sylleps, pubblicazione prevista per l’estate 2008.

[4] Le mobilitazioni contro il G7 a Parigi per l’annullamento del debito sono state fatte nell’ambito della campagna “basta così” – alla base della nascita del Comitato per l’annullamento del debito del Terzo Mondo (CADTM).

Eric Toussaint è presidente del du Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondeo (CADTM, Belgio)

Titolo originale: “Des résistances aux alternatives. Mise en perspective historique de l’altermondialisme “

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS

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